Cosa succede quando il tempo futuro diventa presente?

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Cosa succede quando il tempo futuro diventa presente?

Il pensionamento e le due facce della medaglia

Roger Federer non riesce a trattenere l’emozione nell’ultima intervista post-gara della sua carriera. In preda alla commozione, ringrazia il pubblico della O2 Arena di Londra che lo ricopre di applausi. Il campione del tennis lascia la sua passione carico di emozioni e bagnato dalle lacrime.

 

Federer

Quanti almeno una volta nella propria carriera hanno detto o, almeno, pensato “Non vedo l’ora di andare in pensione!”? Nell’immaginario comune di chi lavora la pensione, spesso, rappresenta un traguardo ambito ed idealizzato: finalmente tempo libero, relax, assenza di responsabilità e sensazione di rinascita. Stiamo parlando di quel tipo di comportamento che gli studiosi definiscono “effetto luna di miele” e grazie al quale le persone affermano di respirare un’aria di libertà dalla monotonia del lavoro e di vivere con una piacevole leggerezza d’animo.

Eppure, come ci dimostra l’atteggiamento del campione di tennis, non tutti riescono a godersi il congedo dal lavoro.

Il pensionamento, a linee generali, è un cambiamento e come tale necessita la costruzione di nuovi equilibri. Decidere di uscire dal mondo del lavoro è sì vissuto come una liberazione che ci svincola dalle responsabilità, tuttavia non tutti sono d’accordo con questo modo di vivere la fine della propria carriera professionale.

Molte persone non vedono l’ora di raggiungere la pensione perché in molti casi il lavoro si configura come un obbligo necessario a vivere.

In alcuni casi, però, come quello di Federer il lavoro è una vera e propria passione, una delle componenti di una vita sana ed equilibrata. Quando questo accade, il pensionamento è una condanna, a volte inevitabile, dettata dalle condizioni fisiche o dalle necessità (vedi Federer di nuovo). Lo vediamo molto spesso accadere per i campioni sportivi, ma succede anche per “normali” lavoratori, persone che resterebbero al proprio posto per decenni, se solo potessero. Non si tratta solo di guadagnare soldi per un tempo più lungo ma di un vero attaccamento ad una parte importante della propria vita che conferisce soddisfazione e senso di appagamento.

Lo stesso ragionamento potremmo farlo, quindi, anche per situazioni che avvengono durante l’attività lavorativa. Ci rifacciamo ancora una volta ad un esempio sportivo per comodità: la rabbia di Leclerc quando l’anno scorso al Gran Premio di Monaco ha dovuto abbandonare la sua sessione di gara a causa di un cedimento del cambio.

 

Leclerc

O, ancora, all’insofferenza di altri sportivi bloccati dal COVID negli ultimi due anni per alcune giornate. Non si tratta, ancora una volta, di necessità di guadagno (vengono pagati ugualmente) ma di pura sofferenza per non poter fare ciò che amano. Dover dire di “no” in queste circostanze equivale al mettere a freno le proprie passioni perché, effettivamente, il lavoro è passione, in sé. Non siete d’accordo?

Molto spesso, però, accade anche che vediamo persone che approfittano dei congedi di malattia pur di non dover andare a lavorare per qualche giorno e questo, probabilmente dipende da come è stato strutturato l’approccio al lavoro nel corso dei secoli (probabilmente da Taylor in poi).

Eppure.. il lavoro è un impegno che cambia in meglio la vita dell’uomo.

Il lavoro, le proprie passioni, i propri piani ed i propri obiettivi, hanno bisogno di conferme quotidiane, di valori che si aggiungano ad altri valori per realizzare, completare e permette alle persone di capire qualcosa di più di sé, della propria identità, di poter esprimere la propria personalità. Il lavoro è libertà cosciente, consapevolezza interiore, esplorazione e gratificazione. Chi lo ama lo promuove, lo valorizza, lo fa vivere e lo rende autentico.

Il lavoro era e resta un’immensa opportunità di vita e come tale va coltivato, stimolato e fatto amare. Letto in quest’ottica il lavoro non è più lavoro ma passione, appunto. La domanda, a questo punto, potrebbe essere: quali sono gli elementi che portano a questo attaccamento?

La risposta è, senza dubbio, materia per studiosi molto più seri di me … ma il tema rimane nell’agenda delle nostre aziende e la domanda per gli imprenditori è: come posso fare per ottenere questo risultato da tutti i miei collaboratori? Una risposta potrebbe venire da Daniel Pink: Autonomia, Mastery, Purpose. Fornire ai propri collaboratori questi elementi (insieme, ovviamente, ad una paga adeguata) porta le persone a VOLER fare il proprio lavoro e non ad essere costrette a farlo. Anzi, in questo caso, potrebbe accadere che l’unica costrizione che vivranno queste persone sarà proprio relativa all’andare in pensione o, ancora, a non lavorare quando sono malate.

Queste persone amano il proprio lavoro. E, amare il proprio lavoro significa, essenzialmente, individuare nel lavoro che si sta svolgendo un significato forte per noi stessi e per gli altri e questo pensiero ci rende fieri, orgogliosi e soddisfatti di quello che stiamo facendo. Non è un caso, infatti, se Primo Levi sosteneva che:“trovare un lavoro che si ama corrisponde alla migliore approssimazione della felicità sulla terra” perché forse non ce ne rendiamo conto ma è proprio questa la realtà dei fatti.

Per tornare all’inizio del nostro discorso su Federer, dunque, possiamo concludere dicendo che questo modo di vivere il proprio lavoro è quello che Federer definisce come:

“Il tennis non è come lo vedono molti professionisti, un lavoro. Per me non è così. Io lo vedo come un hobby ed è diventato un sogno ad occhi aperti. È chiaro che avrei preferito fare altre cose anziché andare in palestra a mettermi in forma ed allenarmi tutto il giorno, ma è il sacrificio da compiere per fare quello che ho sempre sognato: essere un giocatore di tennis professionista, essere protagonista dei campi centrali più importanti e viaggiare per il mondo. Mi piace quello che faccio. Non lo considero un lavoro”.