Dopo la Great Resignation, siamo davanti alla crisi del turnover?

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Dopo la Great Resignation, siamo davanti alla crisi del turnover?

Le aziende parlano, ora, di Great Reshuffle

 

Il mondo del lavoro è cambiato. E cambierà ancora.

A marzo 2022 tra smart working ed aumento delle dimissioni volontarie, si registrava un nuovo dinamismo: siamo dinanzi ad un aumento del turnover e della transizione da un posto di lavoro all’altro. Il mercato si è rimesso in movimento ed offre molte più opportunità di lavoro. Ma cambiano, al contempo, anche le esigenze dei lavoratori che, al primo posto, mettono flessibilità e welfare.

Lo studio dell’IBM Institute for Business Value (IBV), infatti, ha sottolineato che le principali ragioni che portano le persone a dare le dimissioni sono:

  • La necessità di lavorare in una realtà più flessibile (32%);
  • La volontà di avere anche incarichi più mirati e soddisfacenti (27%).

Nello scegliere il nuovo posto di lavoro, quello che guardano le persone è l’equilibrio tra lavoro e vita privata (51%) e le opportunità di avanzamento di carriera (43%). Inoltre, più del 40% ha sottolineato che l’etica e i valori del datore di lavoro sono importanti per motivarli e farli sentire parte di un gruppo, mentre il 36% ha affermato di apprezzare le opportunità di apprendimento continuo.

A supporto dei dati appena mostrati, poi, il rapporto Global Talent Trends che mostra come il 72% delle grandi aziende e multinazionali in Italia prevede oggi un ricambio di personale. Ecco perché più che di Grandi dimissioni “Great Resignation”, si comincia a parlare oggi di “Great Reshuffle” ovvero di “grande rimescolamento”.

E, ancora, anche lo studio di McKinsey mostra come il 40% dei lavoratori a livello mondiale è intenzionato a cambiare lavoro nei prossimi 4–6 mesi, il 53% dei datori di lavoro ha affermato di avere un turnover volontario maggiore rispetto agli anni precedenti e il 64% si aspetta che il problema continui, o peggiori, nei prossimi sei mesi.

In questo quadro di bilanciamento tra lavoro ibrido e remoto, il grande rimescolamento sembra essere destinato a durare.

Un nuovo quadro che non vuol dire rinunciare a lavorare ma semplicemente cambiare lavoro più frequentemente di prima. Le dimissioni, infatti, non sono dovute alla scelta di rinunciare al lavoro ma al desiderio di cambiare la propria occupazione. Secondo una ricerca di Gartner, infatti, un’azienda tipica, che di solito aveva un ricambio di circa ⅕ dei suoi dipendenti prima della pandemia, ora potrebbe perderne quasi ¼ ogni anno.

Una sorta di Great Aspiration, come l’ha definita la Harvard Business Review, alla ricerca di condizioni migliori. Tanto che potrebbe servire in futuro anche un numero maggiore di recruiter per gestire il carico di nuove assunzioni.

Un nuovo mercato del lavoro in cui i candidati sembrano avere più chance e le aziende, a loro volta, devono essere in grado di competere e rendersi attrattive per i migliori professionisti, ponendo una maggiore attenzione sui nuovi bisogni dei lavoratori.

Il rapporto tra offerte di lavoro e tasso di disoccupazione in Europa è cresciuto del 73% rispetto al 2019, con conseguente spostamento del potere decisionale dalle aziende ai candidati. L’analisi delle offerte di lavoro postate su Indeed evidenzia che in Italia, a fronte di un calo del 40% in piena pandemia, a partire da maggio 2021 si è registrata una crescita costante, con un picco di incremento del +58% a Marzo 2022. In pratica, per ogni 100 opportunità lavorative esistenti pre-pandemia, oggi ne esistono 158.

Un’altra sfida per le aziende: attrarre e mantenere talenti, investendo in cultura aziendale ed in nuove tecnologie. Quando non è l’azienda a licenziare ma i lavoratori ad andarsene, infatti, un elevato turnover dei dipendenti può rappresentare un problema per i datori di lavoro. Serviranno energie e risorse da dedicare alla ricerca di nuovi lavoratori ed alla loro formazione.

L’elevato turnover è spesso causato da mancanza di comunicazione, supporto e cultura aziendale. Assicurare maggiore flessibilità, coinvolgimento ed interesse nei confronti dei lavoratori può davvero fare la differenza. Soddisfare le loro esigenze, puntando alla loro fidelizzazione è, dunque, indispensabile.

Nasce, dunque, spontaneo chiedersi: per rallentare il tasso di abbandono, le aziende dovranno ripensare gli approcci tradizionali al lavoro?

C’è poco da girarci intorno. La risposta è si.

Il mondo del lavoro è cambiato!

E la felicità delle persone ha, ora, la massima priorità.

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