Work-Life Balance — Il grande mito

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Work-Life Balance — Il grande mito

È davvero necessario separare il lavoro e la vita?

Il Work-Life Balance è uno dei temi di grande attualità e viene spesso affrontato su Social e canali di comunicazione sotto diverse angolazioni, punti di vista e consigli su come migliorare questo rapporto tra la vita lavorativa e la vita personale.

Ma se questo modo di approcciare il problema non fosse quello giusto??

Come sempre, andiamo a guardare qualche numero per renderci conto delle dimensioni del fenomeno:

  • Il 67% degli uomini (ed il 57% delle donne) ha cambiato lavoro per gestire meglio il lavoro e la vita familiare (EY);
  • Una delle ragioni principali per cui le persone lasciano il proprio lavoro sono le crescite salariali minime ed un posto di lavoro che non permette flessibilità (EY);
  • Lavorare con flessibilità si posiziona come la terza priorità (dopo il compenso ed i benefit) per i millennials a livello mondiale (EY);
  • Circa un terzo dei professionisti dichiara che oggi è più complicato raggiungere una work-life balance di quanto lo sia mai stato in precedenza (EY);
  • È stato rilevato che i genitori che lavorano sono tra coloro che hanno la maggiore difficoltà nella gestione di lavoro e vita privata (EY).

Dalle statistiche riportate appare evidente che il bilanciamento tra vita lavorativa e vita personale è un tema piuttosto sentito, ed in costante crescita, dai lavoratori di tutto il mondo.

Dicevamo in precedenza:

E se fosse il modo in cui il problema è posto ad essere sbagliato?

Se così fosse, anche le soluzioni che cerchiamo per risolvere la questione poggerebbero su una base sbagliata…

work life balance

Il pensiero che ho sempre avuto sulla faccenda parte dal nome che le abbiamo dato: work-life balance (o in italiano equilibrio vita-lavoro). Questo impone il pensiero che la vita ed il lavoro siano due cose distinte, da bilanciare, appunto.

Le parole sono importanti ed i nomi che diamo alle cose hanno una enorme influenza sulla nostra percezione dei concetti sottesi a quei nomi.

In questa accezione, da una parte, dunque, si mette il lavoro (o meglio le attività lavorative) e dall’altra la vita che nella formulazione rappresenta le attività da svolgere in famiglia, con gli amici, le attività sportive, il sonno, ecc. Questa contrapposizione, quindi, fa percepire il lavoro come qualcosa di estraneo alla nostra vita che con essa deve incastrarsi con forza e che deve essere tenuto entro certi confini, pena l’infelicità, lo stress ed il burn-out.

La mia riflessione su questo aspetto è frutto di numerose riflessioni che mi hanno portato a rivedere la questione legata al nome e ritenere il concetto come fuorviante. Il lavoro, infatti, è una parte (anche piuttosto importante) della nostra vita e le attività lavorative si pongono su una scala valoriale pari a quelle svolte nella nostra quotidianità.

Mi spiego meglio: dopo molte riflessioni (ed anche per il modo in cui ho strutturato il mio lavoro) oggi vedo la mia giornata e le cose da fare come una serie completamente integrata di attività relative alla mia vita personale ed a quella professionale. Ad esempio, in un dato giorno potrei avere la mia to-do list composta così:

  • Rivedere ed inviare il report per il cliente X;
  • Riunione con il cliente Y;
  • Accompagnare i miei figli a scuola;
  • Preparare ed inviare l’offerta per il cliente K;
  • Accompagnare i miei figli a [attività a piacere] e poi in edicola ad acquistare il fumetto preferito;
  • Scrivere l’articolo per Catobi;
  • Partita di Padel;
  • Fare la spesa;
  • Preparare la cena;
  • Emettere fatture ed effettuare pagamenti per i fornitori.

Ogni giornata ha, chiaramente, le sue peculiarità ed in alcuni giorni o per alcuni periodi le attività lavorative potrebbero essere preponderanti in numero e durata rispetto a quelle personali, oppure in altri giorni potrebbe succedere il contrario. Quello che appare indispensabile è il riuscire ad avere una completa visione dei ruoli e delle responsabilità che ricopriamo ed anche il come prioritizzare tutte le attività che ne derivano. Attività, quest’ultima, che si definisce in funzione del “valore” che ciascuna delle attività aggiunge a quello che conta di più in quel momento.

Questo approccio viene dall’impostazione che Holacracy per le organizzazioni ed in particolare dalla connotazione di ruolo all’interno dell’organizzazione e dell’essere umano che energizza diversi ruoli pur essendo sempre la stessa persona. Espandendo il concetto ed integrando attività professionali e personali si può raggiungere una integrazione tra tutto ciò che un individuo deve fare in tutti i ruoli che ricopre sia in ambito personale che professionale (ad es. Padre, figlio, fratello, marito, amico, business developer, spokesperson, collega, confidente, ecc.).

Ognuno di noi, infatti, pur essendo la stessa persona, è chiamato a svolgere ruoli diversi contemporaneamente. La corretta gestione e prioritarizzazione di tutto ciò che questi ruoli richiedono porta, nella mia esperienza, grande appagamento e notevole motivazione anche in ambito lavorativo. Permette, inoltre, di abbassare i livelli di stress anche quando le ore spese su un’attività lavorativa superano le 8 ore convenzionali. Essendo tutto integrato in un unico flusso, un approccio del genere rende anche difficile capire quante ore si sono dedicate ad attività professionali e quante ad attività personali, data la forte integrazione delle stesse.

A supporto la ricerca di ManpowerGroup e Thrive: “What workers want: dalla ricerca alla realizzazione sul lavoro” — un’indagine condotta su oltre 5mila lavoratori in cinque Paesi di cui più di un migliaio in Italia — dalla quale emerge che svolgere il proprio lavoro con flessibilità ed un ottimo bilanciamento tra attività professionali e personali abbassa i livelli di stress dal 42% al 36%.

È piuttosto facile gestire la propria vita in questo modo quando si ha la possibilità di decidere come, dove e quando svolgere il proprio lavoro. Diventa, al contrario, piuttosto complicato organizzare la propria vita quando il lavoro che si fa o l’azienda per cui si lavora, impone maggiore rigidità. È in quei contesti che si origina la dicotomia tra lavoro e vita che ha dato i natali al concetto di “work-life balance” perché è in quei contesti che il lavoro viene forzatamente costretto ad “interrompere” la nostra vita personale.

A questo punto, dunque, si palesa la necessità di fare una distinzione tra:

  • I lavori che richiedono presenza in una determinata fascia oraria e che impongono di organizzare il resto della propria vita attorno ad essi;
  • I lavori che, invece, non hanno bisogno di essere svolti in un momento specifico.

Per la prima categoria è di particolare importanza il dibattito sulla settimana corta che da qualche anno tiene banco a livello internazionale (e di cui parleremo in una delle prossime puntate).

Nella seconda categoria, invece, rientrano la stragrande maggioranza dei lavori di concetto. Per questi non è davvero rilevante quando una determinata attività viene svolta, ma il risultato che raggiunge, ovvero il “valore” che genera. Eppure molte aziende continuano (o hanno ripreso) ad imporre ai propri collaboratori che svolgono questa tipologia di lavoro, la presenza in ufficio o la presenza davanti ad un pc in una determinata fascia oraria quando si lavora da remoto.

Se guardiamo alle statistiche citate in precedenza o andiamo a ricercare altri studi sullo stesso argomento, non troveremo mai lavoratori che hanno lasciato o che lasciano il proprio lavoro per lavorare meno. Il tema centrale legato ai cambi di lavoro, alle dimissioni volontarie (Great Resignation) o al più recente Quiet quitting è la necessità di una maggiore flessibilità. Parola chiave, quest’ultima, presente in tutte le statistiche e le interviste.

Alla persona media piace lavorare ed è disposta a spendere molte ore della sua giornata contribuendo all’azienda per cui lavora o lavorando per i propri clienti. Quello che, dunque, non funziona e che porta le persone a stressarsi, ad andare in burn-out è la mancata possibilità di poterlo fare nei tempi e nei modi che meglio si adattano alle proprie priorità ed alle proprie esigenze contingenti (NB: questo non vuol dire gestire un carico di lavoro da 16 ore al giorno indefinitamente).

La palla, quindi, è nel campo delle aziende che devono trovare modalità efficaci per garantire questa flessibilità ai propri collaboratori. Le aziende che saranno in grado di dare ad ogni singolo lavoratore la possibilità di armonizzare tutti i ruoli che svolge nella propria vita e di raggiungere una completa integrazione tra la vita personale e quella professionale, saranno quelle che riusciranno anche ad ottenere i risultati migliori. Per queste aziende il dibattito sul work-life balance perde completamente di significato e l’azione si sposta su un livello notevolmente più alto in grado di dare risultati esponenzialmente migliori.